Messaggio del Direttore

Colombia ha bisogno di leader sociali, leader che possano guardare negli occhi il dolore altrui, che possa commuoversi di fronte alle realtà quotidiane, leader che nonostante le poche possibilità di fare qualcosa, prenda la decisione con la passione nel loro cuore e intraprendano la strada più insolita: la strada del sociale.

Non c’è persona che possa parlare della fame, se non colui chi l’ha sofferta; che possa parlare dell’orrore della guerra, se non né é sfuggito; che possa parlare della disoccupazione, se non l’ha sperimentata per mancanza di una formazione professionale o di opportunità; che possa parlare di esclusione, se non chi la soffre; che possa parlare di abusi a minorenni, se non le vittime che hanno sofferto quest’esperienza.

La Fondazione Mondo Migliore nata nel 1997 come frutto dell’impegno di un gruppo di persone, che non avevano una preparazione per iniziare una tale avventura. Nemmeno avendo i soldi sufficienti per affrontare le spese che generavano una tale attività sociale. Hanno avuto il felice sogno di contribuire a un mondo migliore, accogliendo bambini e bambine, che prima si trovavano per strada guardando trascorrere la loro infanzia nella fame, nella mancanza di scolarizzazione, di abusi e di sfruttamento.

Adesso potrei dire: beata ignoranza, perché senza questo tipo d’ignoranza, non sarebbe nata istituzioni come la nostra, che dal cuore umano, possa garantire uno standard elevato, quello della solidarietà umana.

Grazie a questa “ignoranza” la Fondazione Mondo Migliore ha seguito i diversi processi per migliorare la qualità di vita di più di 750 famiglie e dare speranza a più di 1.200 bambini e bambine, in questi suoi anni di vita.

Realizzare il nostro sogno non è stato sempre facile, ma prendiamo la forza quando guardiamo ogni giorno, gli occhi dei bambini che hanno fiducia in noi e questo ci spinge a dire di sì, per dare la nostra parte migliore. Sono loro che ci danno forza con il loro esempio, perché hanno il dono di vedere la gioia nel quotidiano e la speranza nella complessità. Dovreste credermi, ognuno di loro vale la pena, come dire di no agli eroi veri di questo tempo, ai martiri effettivi di questa società in trasformazione.

Quando facevo parte di una comunità religiosa, pensavo che dovessi indirizzare la mia vita a levare i miei difetti personali, ma oggi, lavorando nel sociale, ho scoperto che quella non è la cosa più importante, anzi i nostri difetti potevano essere di aiuto se sono sottomessi a un interesse maggiore, diventando uno strumento essenziale nel portare avanti certe realtà al Don Chisciotte per vivere un’esperienza personale che potrebbe essere ugualmente profonda perché anch’essa ci porta alla santità personale. L’orgoglio, per esempio, non ci permette di abbandonarci nei momenti difficili, la vanità ci esige che i programmi offerti alla comunità siano integrali e ben elaborati, l’ira la possiamo sperimentare guardando le ingiustizie e si può trasformare in opportunità di azioni concrete in favore del prossimo.

Oggi credo in un tipo di santità diverso, una santità legata al nostro impegno verso “l’altro”, il sociale e la nostra santificazione si trova nel vivere interamente le Beatitudini. Credo piuttosto in una santità sociale.

L’Europa ha sofferto due guerre mondiali, causa di dolori acuti ma che l’ha aiutata a riflettere socialmente e che furono la causa di un cambio di mentalità, che oggi si traduce in meno morte violente, meno disoccupazione, meno esclusione sociale, meno gente che abita per le strade o sotto i ponti, meno bambini senza scuola. Dobbiamo capire che una società con cultura nelle sue realtà sociali, sarà una società in crescita sostenibile.

Viviamo in un mondo in continuo cambiamento, noi in una società piena di dolori sociali che, disgraziatamente, non ha niente da invidiare ad una guerra. Una società dove ci sono diversi tipi di cultura: la cultura del libro, quella del cinema, quella del teatro, ma ci manca una cultura sociale. Penso che i dolori che vive Colombia, per la sua cruda realtà, si possano trasformare se sappiamo approfittargli, se sappiamo guardarli negli occhi senza scandalizzarci,  se impariamo ad non restare indifferenti e nel cercare assieme una soluzione, permettendo che le nostre future generazioni possano farla propria con naturalità e che le loro azioni siano uno specchio della loro decisione per la costruzione di una nuova umanità. Una società dove la politica s’incarna nella struttura sociale, per la sofferenza vissuta, non sarà possibile tornare indietro.

Una piccola esperienza che mi ha segnato, dal periodo che appartenevo ad una comunità religiosa: Mi trovavo in un autobus in viaggio verso un’altra città, accompagnato da una religiosa amica. Ad un certo momento ho sentito un pianto di una bambina, ho alzato lo sguardo per vedere che succedeva e ho visto che una donna arrabbiata gridava molto forte e dava strattoni alla bambina perché non piangesse più. Mi sono girato verso la religiosa, pensando di andare da quella mamma per fermare quella situazione di violenza. Così le ho detto: “Hai visto quello che fa la signora?”. La sua risposta è stata insolita, perché mi ha detto: “Certo che lo vedo, ma questa mamma ha bisogno di un doppio amore!”.

Oggi sono convinto di questo: se i processi sociali non nascono da un profondo senso solidare, del “credere” nell’altro, considerando come importante l’elemento culturale, essenziale per la trasformazione dei nostri pensieri, non potremo realizzare veri cambi sociali. Solo saranno ridotti ad essere trasformazioni superficiali, del momento, che non contribuiscono alla costruzione di un mondo migliore, fondato sulla giustizia, la solidarietà, l’uguaglianza e la verità. Non possiamo limitarci con l’essere semplici esecutori di progetti, dobbiamo essere quelli che incarnano la speranza e gli ideali sociali.

In Colombia sarò sempre considerato uno straniero, per il mio accento, le mie abitudini, ma mai nel mio cuore, perché sono stato affascinato dalla gioia di un popolo, che nonostante le loro sofferenze quotidiane, sorride con grande speranza, e si emoziona davanti a piccole cose e si commuove davanti al dolore altrui. Colombia è un paese dove è un onore abitarci, per questo desidero che alla fine dei miei giorni, possano dire: “Egli è nato straniero, ma è morto come colombiano”.

Per noi ci sono realtà importanti, come per me è l’orgoglio di mio padre e l’amore dei miei figli, sono realtà che danno un senso alla nostra esistenza, ma c’è né una che ho imparato dall’esperienza degli altri ed è questa: la vita è una sola ed è breve; spendiamola bene, sappiamo viverla per poter dire alla fine dei nostri giorni, quello che ha detto il poeta Lecrec:

“Alla fine dei miei giorni, Dio mio, andrò da Te con un sogno pazzo, portarti il mondo tra le mie braccia”.  Un mondo trasformato dall’amore.

Oggi i mei ringraziamenti agli enti che hanno collaborato con noi lungo questi anni, per aver avuto il coraggio di volgere lo sguardo verso una Fondazione piccola, ma con un cuore grande, un cuore sognatore, che palpita con forza ed è pieno di passione. Grazie mille!

STEVE CARTY

Direttore Esecutivo